Comunicare sui social: libertà e limiti

I social network permettono di socializzare e comunicare con gli altri liberamente, ma possono nascondere pericolose insidie
Lettura in: 3 minuti

L’avvento di Internet ha rivoluzionato la nostra vita in tutti gli aspetti, anche in quelli comunicativi. Oggi ci basta aprire Facebook o Instagram per parlare con un nostro amico dall’altra parte del mondo. Le possibilità di conoscere persone nuove e mantenere i rapporti con gli amici sono aumentate e nettamente migliorate rispetto al secolo scorso. Il mondo è cambiato e noi con lui.

Non a torto si parla, infatti, di rivoluzione comunicativa. Ci dirigiamo sempre di più verso lo spazio online, a discapito di quello fisico: transizione che non deve spaventare, ma semplicemente essere compresa e attuata.

Impossibile rimanere fuori dal cambiamento digitale, perché significherebbe isolarsi dalla realtà e dall’interazione con gli altri. Significherebbe rimanere soli e non riuscire a trovare lavoro, in una sola parola: è necessario stare al passo con i tempi.

Ma come esercitiamo la nostra libertà nel magico mondo virtuale dei social network?

Libero spazio online

La comunicazione veicolata sui social è libera. E questo è un dato di fatto. Abbiamo, infatti, la possibilità di commentare un post di un nostro amico o di un personaggio famoso, affermando le nostre idee come meglio crediamo. La libertà di espressione è effettivamente uno dei diritti fondamentali della nostra Costituzione. L’articolo 21 recita così:

“Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”

Il suo ruolo si amplia con l’attuazione della libertà di dare e divulgare notizie, opinioni e commenti, di conseguenza nella libertà di manifestazione del pensiero non rientra solo la libertà di opinione, ma anche la libertà di cronaca che consiste nel diritto all’informazione.

Nel caso dello spazio online, la libertà d’espressione è potenzialmente infinita. Questa caratteristica peculiare, però, sembra aprire ad un ventaglio di difficoltà, come:

la diffusione del linguaggio d’odio
le censure da parte dei social network

Il linguaggio d’odio

A favorire la ferocia del linguaggio d’odio è sicuramente la velocità della rete, ma soprattutto la distanza sociale. Quest’ultima svolge un ruolo decisivo nei processi di congelamento della coscienza morale, portandoci a dire cose che probabilmente non avrebbero mai detto.

Il concetto di distanza sociale è studiato dalla psicologia sociale: gli esperimenti degli anni Sessanta di Stanley Milgram evidenziarono, ad esempio, come la vicinanza alla vittima rafforzi il legame tra azione e conseguenze, rendendo saliente la responsabilità personale per la sofferenza inflitta. La distanza favorisce la dis-empatia, il dislocamento della responsabilità e, quindi, l’affievolirsi della coscienza morale.

Tale meccanismo si incontra anche nel discorso d’odio: l’hater non sente né vede direttamente la persona che sta attaccando, la sua posizione di penombra facilita l’allentarsi dei freni inibitori morali.

Davanti a uno schermo, si perde il contatto con gli occhi e le emozioni dell’interlocutore: tutto sembra lecito, il confine tra male e bene diventa permeabile. È come se ci si dimenticasse la presenza reale dall’altra parte e si fosse pronti a sfogare l’odio, la rabbia, senza alcuna riserva. Lo schermo, in altri termini, diventa uno strumento che favorisce la disumanizzazione.

Nuove censure

La potenziale libertà sui social trova una battuta d’arresto nelle censure. È soprattutto Instagram il social più severo contro quei contenuti potenzialmente inappropriati e offensivi.

Siamo di fronte ad vero e proprio paradosso: la libertà d’espressione deve essere limitata con nuove formule di censura, perché alcune sue manifestazioni potrebbero urtare la sensibilità altrui.

I post vietati sono di tre categorie:

1. immagini che raffigurano atti di violenza e aggressività,
2. immagini legate a tematiche erotiche e sessuali
3. immagini etichettate semplicemente come estreme e scioccanti

Si tratta di limitazioni necessarie perché il popolo di Instagram proviene da culture diverse che vanno tutelate e, soprattutto, è composto da molti minorenni. Tuttavia per chi lavora, ad esempio, nel mondo della pubblicità e della comunicazione possono risultare problematiche. Vediamo meglio il perché.

Il caso di Vienna

A luglio 2021 l’account TikTok del Museo Albertina è stato sospeso e poi bloccato per aver mostrato opere del fotografo giapponese Nobuyoshi Araki che raffiguravano un seno femminile.

Nel 2019 Instagram aveva deciso che un dipinto di Peter Paul Rubens violava gli standard della community della piattaforma che impediscono qualsiasi rappresentazione di nudità, anche quelle di “natura artistica o creativa”.

Anche il Leopold Museum ha avuto difficoltà nel promuovere la sua collezione di nudi di Schiele, in particolare nelle campagne pubblicitarie in Germania, Inghilterra e Stati Uniti. Mentre un breve video con il dipinto Liebespaar di Koloman Moser, realizzato per celebrare il ventesimo anniversario del Leopold, è stato rifiutato da Facebook e Instagram perché “potenzialmente pornografico”.

Di fronte a queste censure, che impediscono ai musei di pubblicizzare le opere ospitate, l’Ente del Turismo di Vienna ha deciso di aprire un profilo su OnlyFans per i musei viennesi, in modo da inserire le opere di nudo senza incappare in spiacevoli imprevisti.

È una decisione drastica che ben mostra la difficoltà di gestire la libertà di espressione sui social network.

Una libertà che, proprio per l’intrinseca complessità, spesso è vittima di errori. Questi potrebbero essere, in parte, arginati se fossero captati non da un algoritmo, ma da una persona che valuti ogni situazione in maniera diversa e specifica.

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