Didattica, lavoro e tecnologia: apocalisse o rivoluzione?

Scopriamo insieme i benefici della tecnologia, della trasformazione digitali e gli svantaggi della didattica a distanza e dello smart working.
Lettura in: 5 minuti

Didattica, lavoro e tecnologia tra dubbi e pregiudizi

Se per la DAD è stata fondamentale durante il primo lockdown, oggi sono molti i dubbi in merito al suo utilizzo. Eppure la tecnologia a scuola, nelle università, nelle academy e sul posto di lavoro ha assunto un ruolo rilevante. La pandemia, forse, ha solo accelerato il processo d’innovazione.

Quali sono i benefici e quali invece i pregiudizi?

Recentemente è stato pubblicato un articolo sulla rivista scientifica “Cyberpsychology, Behavior and Social Networking” dal titolo “Surviving Covid-19: the Neuroscience of Smart Working and Distance Learning”.

Questo articolo utilizza i recenti risultati di una ricerca neuroscientifica (a cui ha partecipato tra gli altri un italiano, Giuseppe Riva) e che ha indagato sul come l’apprendimento a distanza e lo smart working influenzano tre “fattori” dell’organizzazione del nostro cervello e che sono al centro delle esperienze scolastiche e in ufficio:

(a) l’apprendimento / lavoro avviene in un posto fisico dedicato;
(b) l’apprendimento / lavoro è svolto sotto la supervisione di un capo / professore;
(c) l’apprendimento / lavoro è distribuito tra i membri del team / compagni di classe.

Per ognuno di questi ambiti, è stato analizzato il suo legame con gli specifici processi cognitivi coinvolti e l’impatto che la tecnologia ha sul loro funzionamento.

In particolare, l’uso della videoconferenza influisce sul funzionamento dei neuroni del sistema di orientamento (neuroni che codificano il nostro comportamento, ovvero una sorta di GPS interno a noi), dei neuroni specchio, delle reti di auto-attenzione e delle oscillazioni neurali.

Questi effetti hanno un impatto significativo su molti processi identitari e cognitivi, tra cui identità sociale e professionale, leadership, intuizione, mentoring e creatività.

In conclusione, il semplice spostamento dai tipici processi di ufficio e di apprendimento all’interno di una piattaforma di videoconferenza, può -a lungo termine- cambiare le culture aziendali e le comunità scolastiche.

In quest’ottica, quindi, un uso efficace della tecnologia ci impone di reinventare il modo in cui il lavoro e l’insegnamento vengono svolti virtualmente, in modi nuovi e inesplorati.

Studenti e lavoratori sono stati costretti a riorganizzare le proprie attività quotidiane per soddisfare le esigenze dell’apprendimento a distanza e del lavoro agile (smart working ).

Queste attività hanno alcune caratteristiche in comune:

(a) separazione dell’insegnante / discente e del capo / lavoratore per spazio o tempo, o entrambi;
(b) l’uso dei media e della tecnologia per consentire la comunicazione
(c) uno scambio durante il processo di apprendimento o lavorativo
(d) l’orario di lavoro o di lezione.

In particolare, le case stanno diventando le nostre scuole e i nostri uffici: ogni giorno ci controlliamo a vicenda con incontri online, telefonate ed e-mail.

Quale è l’impatto di questi cambiamenti sulla nostra esperienza personale?

Gli individui che sperimentano l’apprendimento a distanza e lo smart working stanno ora iniziando a sperimentare un nuovo fenomeno: stanchezza, ansia o preoccupazione derivanti dall’uso eccessivo di piattaforme di videoconferenza virtuali, la cosiddetta “fatica da zoom”.

Con queste modalità l’apprendimento o l’interlocuzione viene surrogato da una tecnologia, la cui caratteristica è di essere di tipo bidimensionale (siamo difronte ad uno schermo). Questo, inizialmente, provoca delle sensazioni di disorientamento ed in assenza di un “luogo” con il tempo si giunge alla percezione del disabbandono del luogo abitualmente utilizzato per quel fine, la classe o l’ufficio.

L’impatto, sul profilo lavorativo, produce una riduzione dell’identità professionale e sociale e aumenta le probabilità di BurnOut.

Ma è davvero tutto così negativo?

Se da un lato gli effetti sembrano negare l’utilità della tecnologia a discapito delle relazioni, aprendo un pochino la nostra mente ci rendiamo che conto ci troviamo in una nuova dimensione.

L’intelligenza condivisa

Agli inizi degli anni ’90 Etienne Wenger ha rielaborato il concetto di “comunità pratica” o “Community of practice”. Si tratta di un gruppo di persone che condividono una preoccupazione, una serie di problemi o una passione per un argomento e che approfondiscono la loro conoscenza e competenza in questa area interagendo su base continuativa. L’obiettivo di questa “comunità” è il miglioramento collettivo.

Un esempio contemporaneo sono i gruppi di adolescenti che si incontrano quotidianamente nei videogiochi (social), come Fortnite. Rappresentano un chiaro esempio che è possibile sviluppare comunità di successo anche senza un luogo fisico in cui riunirsi.

Secondo Gaggioli, infatti, un’esperienza di gruppo ottimale si ottiene costruendo una “zona collaborativa di sviluppo prossimale”, in cui le azioni degli individui e quelle della collettività sono in equilibrio e si stabilisce un senso di presenza sociale.

Questi team sono caratterizzati da tre caratteristiche che li distinguono da un team classico e sono in grado di superare molti limiti: una comunità, una pratica e un dominio.

Per superare la mancanza di un luogo comune, il team sviluppa un senso di comunità attraverso un impegno attivo in attività pratiche comuni che consentono lo sviluppo delle relazioni reciproche e la condivisione delle informazioni.

L’aspetto pratico significa che i team utilizzano strumenti tecnologici (e non) per costruire una memoria organizzativa e un insieme condiviso di risorse che consentano loro di risolvere i problemi nel loro dominio di interesse.

Infine, ogni team è costruito attorno a una specifica area di interesse in cui i lavoratori / studenti collaborano per condividere e creare conoscenza.

Per superare la mancanza di attenzione congiunta e segnali non verbali che limitano i tipici strumenti di videoconferenza, i membri dei team online utilizzano strategie specifiche come il coordinamento dell’azione rispetto agli obiettivi.

Queste attività generano un “contagio di flusso” tra i membri del team, caratterizzato da comprensione reciproca, alta motivazione intrinseca ed emozioni positive condivise.

Questo, ad esempio, spiega perché i videogiochi “social”, sono più efficaci per gli adolescenti rispetto ai tipici strumenti di apprendimento a distanza nel produrre coinvolgimento di squadra e sincronia di gruppo.

Infine, la tecnologia può aiutare anche e migliorare sia i processi di lavoro che quelli didattici. Ad esempio, recentemente Microsoft ha sviluppato una “Modalità Insieme” per i suoi strumenti di videoconferenza. Anche Facebook ha radicalmente migliorato la sua piattaforma “Workplace” per consentire la collaborazione di team a distanza.

Queste modalità utilizzano l’intelligenza artificiale per ritagliare le diverse immagini video dal vivo dei partecipanti e posizionarla in una posizione fissa all’interno di un ambiente (ad esempio, una classe o un auditorium virtuale) per aumentare la sensazione di condividere uno spazio comune.

Il nuovo modello

Tra non avere un lavoro e averlo, è sicuramente meglio lo “smart working”, lo stesso vale per la DAD. Dobbiamo però ammettere che tutto quello che stiamo vivendo ci ha fatto capire che possiamo digitalizzare moltissimi processi e addirittura migliorarli.

Basta pensare al miglioramento nella gestione del nostro tempo rispetto agli impegni di studio o di lavoro. Se rendessimo lo smart working “più smart e meno working” potremmo, ad esempio, godere di più del tempo che impieghiamo invece nel traffico.

Conclusioni

Il reale problema è racchiuso nel voler adottare nuove modalità facendo le cose che facevamo prima.

Se decidiamo di adottare un modello di lavoro agile, allora, il “capo” deve abbandonare l’ansia del controllo ed abbracciare l’approccio di comunità pratica in cui non sono più il tempo o “la presenza” a determinare i risultati, ma l’orientamento coordinato al risultato.

Per quello che riguarda la didattica invece, quella a distanza non può essere equiparata a quella in presenza per due principali motivi. Il primo è che si tratta di due modelli diversi e quindi, come nel caso dello smart working, hanno prerogative diverse. Il secondo è strettamente legato all’età.

Nel caso dei bambini, la didattica in presenza svolge più funzioni principalmente legate alla socializzazione. Negli adulti invece, nella maggior parte dei casi, questa funzione sociale non è più fondamentale e invece, diviene primaria una sorta di “ecologia” rispetto ai benefici nei confronti della qualità di vita.

Infatti, avere la possibilità di acquisire digitalmente la conoscenza personale attraverso luoghi, strumenti, collaborazioni ed una conoscenza collettiva, è altrettanto efficace quanto farlo in presenza.

Limitarsi a guardare il cielo ad occhio nudo ci preclude la scoperta di costellazioni che – per ovvie ragioni – non riusciamo a vedere. L’uso di strumenti più avanzati è quindi utile quanto necessario.

L’esito di questa trasformazione non ci è ancora noto ma stiamo assistendo certamente ad un cambio di epoca (digitale).

Moltissime cose non saranno più come prima. Dobbiamo aspettarci – ed accettare- dei cambiamenti nel nostro modo di pensare, in quello degli adolescenti e nel modo in cui faranno le cose tra 10 anni.

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